I crimini razzisti nei campi rom di Torino e della capitale, i pregiudizi nei confronti dello straniero e l’invocazione alla cacciata dei clandestini, la riabilitazione del fascismo sotto forma di calendari venduti nei supermercati e di testimonianze che poco hanno di storico in discutibili programmi televisivi, le aggressioni a studenti e ragazzi da parte di affiliati a gruppi neofascisti, le stragi in Africa e in Oriente. Il 27 gennaio del 1945 si spalancavano i cancelli di Auschwitz e la data sembra così lontana, ma l’odio e le ingiustizie sono ancora vivi. La consapevolezza di ciò che era stato Auschwitz doveva bastarci perché quello che era avvenuto non accadesse più, in nessun luogo e in nessun tempo, e invece tanto abbiamo ancora da fare perché ciò ci realizzi.
Se Primo Levi, di cui quest’anno ricordiamo il 25esimo della sua morte, ammoniva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo», seguendo questo filo di coscienza capiamo che due sono gli strumenti che abbiamo nelle nostre mani per non scendere più nell’abisso dell’animo umano: ricordare e scegliere. Ricordare ciò che è stato, coltivare il ricordo collettivo, raccogliere testimonianza, cucire il vissuto di chi ha sofferto e patito con l’archivio della memoria e scegliere, decidere da che parte stare, se dalla parte se dei tiranni, dei folli e dei carnefici o dalla parte delle persone per bene che non chiudono gli occhi davanti agli orrori di ieri e di oggi.
Gianna Di Crescenzo
Responsabile Scuola Pd Abruzzo