Forum Nazionale sulla riforma del mercato del lavoro: la relazione di Francesco Mancini, Responsabile Lavoro Pd Abruzzo

Si è svolto lo scorso 12 gennaio il Forum Nazionale sulla riforma del mercato del lavoro nella gremita Sala Berlinguer del Gruppo del PD alla Camera dei Deputati.

Il clima disteso ha favorito l’esposizione di disamine serie ed approfondite nel rispetto delle varie posizioni e la massima libertà di intervento anche da parte dei non
appartenenti al Forum.Una larga convergenza ha riguardato non solo le priorità da seguire, ma anche i punti qualificanti su cui continuare le future discussioni nella direzione di una posizione unitaria più volte richiamata.

Il punto di partenza ha, ovviamente, riguardato la crescita economica che è condizione necessaria affinchè si favoriscano le condizioni per creare occupazione: un approccio macroeconomico quindi e non micro, di semplice incrocio tra domanda e offerta di lavoro.  In tal senso qualsiasi discussione impostata solo su una riforma delle regole del mercato del lavoro che prescinda da questo fondamentale punto, rischierebbe di allontanarsi dalle questioni cruciali.

Forte accento è stato posto sulla possibilità di contrastare la precarietà sul terreno dei costi, sintetizzato dalla formula: “un’ora di lavoro precario non deve costare meno di un’ora di lavoro stabile”. A tal proposito la possibilità di prevedere un’armonizzazione
delle aliquote contributive tra le varie tipologie contrattuali parificherebbe
i costi previdenziali, disincentivando il ricorso a forme di lavoro attualmente
più convenienti.

L’altra questione centrale ha riguardato il cosiddetto “disboscamento” delle forme di lavoro. Ridurre e/o eliminare forme contrattuali precarie (come ad es. contratto di collaborazione coordinata e continuativa, contratto a progetto limitato alle alte qualifiche,
associazione in partecipazione, rapporti a partita Iva in mono-committenza o a
committenza prevalente, ecc) e la limitazione per ogni impresa dell’utilizzo
dei contratti a tempo determinato (in riferimento a quote e causali) per
arrivare all’utilizzo di 7/8 strumenti, quelli più utilizzati.

Nella relazione iniziale, il responsabile nazionale Lavoro ed Economia, Stefano Fassina, ha fatto cenno  a come la discussione sull’art. 18 non costituisca la priorità del dibattito e come la sua eliminazione non determinerebbe affatto un aumento dell’occupazione visto che (ad esempio) negli Usa, la libertà di licenziamento, l’assenza di contratti nazionali e un
sindacato debole non ha impedito l’aumento della disoccupazione; ha, poi, messo
in evidenza la necessità di arrivare ad una “definizione di un contratto per
l’ingresso dei giovani e per il reingresso dei lavoratori e delle lavoratrici
deboli al lavoro stabile (attraverso la sostituzione del “contratto di apprendistato
professionalizzante”, del “contratto di apprendistato di alta qualificazione” e
del “contrato di inserimento”). Uno strumento di inserimento e reinserimento
dall’alto contenuto formativo caratterizzato da una durata da 6 mesi a tre anni
definita dalla contrattazione collettiva, livello contributivo inferiore a
quanto in vigore per i “contratti atipici”, da una  retribuzione crescente fino ai livelli delle
qualifiche corrispondenti previsti nel contratto collettivo nazionale di
riferimento, agevolazioni contributive per il triennio successivo alla
trasformazione in contratto a tempo indeterminato secondo le regole vigenti
(incluso art. 18 dello Statuto dei Lavoratori). Durante la fase iniziale, il
licenziamento prevederebbe una compensazione monetaria crescente in riferimento
alla durata del rapporto di lavoro”
(http://www.partitodemocratico.it/doc/228990/per-loccupazione-giovanile-e-femminile-contributo-del-pd-al-confronto-tra-forze-sociali-e-governo-sul-tema-del-lavoro.htm).

Fassina ha, inoltre, ribadito la necessita di riforma degli ammortizzatori sociali che arrivi ad introdurre “un’indennità di disoccupazione universale e tutele fondamentali (malattia,
infortunio, ferie, congedi parentali, sostegno ai carichi familiari) ridefinite ed estese a tutte le tipologie di lavoro, dipendente, autonomo.

Inoltre, nella relazione spiccano:

- una retribuzione o compenso minimo
orario, determinato in relazione ai minimi dei contratti nazionali di
riferimento per i rapporti di lavoro fuori dal contratto nazionale; in
particolare, per l’occupazione femminile, il potenziamento dei servizi pubblici
per conciliare lavoro e maternità ed un significativo aumento della detrazione
fiscale per le mamme che lavorano; il ripristino delle norme di contrasto alle
“dimissioni in bianco” e l’universalizzazione dell’indennità di maternità;

- le politiche attive per il lavoro
e la riforma dei servizi per l’impiego, al fine di costruire sinergie tra
intervento pubblico e privato profit e non profit, e della formazione
professionale e della formazione continua; la defiscalizzazione per i primi tre
anni di attività delle imprese avviate da giovani;

- la regolazione e la remunerazione
degli stage.

- la riforma del processo del
lavoro;

- l’introduzione di uno Statuto per
i lavoratori autonomi ed i professionisti.

Accanto all’ipotesi di ingresso graduale nel mercato del lavoro proposto da Fassina, altre due varianti sono state oggetto di particolare attenzione nella discussione: il progetto
Boeri-Nerozzi, inteso come contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e
un contratto di inserimento formativo (a firma Madia).

Il senatore Ichino ha espresso una certa criticità rispetto alla proposta di Fassina di “contratto di ingresso” qualificandolo come “contratto a termine” e non come contratto a tempo indeterminato, come previsto da Nerozzi. In tal senso, il “contratto di
ingresso”, assorbendo l’apprendistato, secondo Ichino, peggiorerebbe le
condizioni dell’apprendista, “il quale attualmente viene assunto con un
contratto a tempo indeterminato e non con un contratto a termine”.

A proposito della dichiarazione di Marianna Madia, pubblicata su l’Unità dell’11 gennaio 2012 nella quale veniva espresso che “abbiamo voluto stabilire un principio: il contratto a tempo indeterminato non può essere disgiunto dall’art. 18”, il senatore Ichino ha
sostenuto che ci troviamo di fronte ad una “impuntatura nominalistica
totalmente priva di senso, basata oltretutto su di un preteso “principio” che
non ha alcun fondamento: il mondo è pieno di contratti di lavoro a tempo
indeterminato ai quali non si applica l’art. 18, e che non per questo possono
essere considerati lesivi della dignità e libertà morale del lavoratore”. Sulla
riforma degli ammortizzatori sociali ha, inoltre, formulato la tesi che le
aziende siano disponibili a partecipare al sostenimento dei costi.

Tra gli altri interventi quello del senatore Treu che ha sottolineato la presenza di alcune anomalie che riguardano la mancanza di crescita, il problema dei costi (troppi contratti a costi  diversi), la carenza di politiche di sostegno all’occupazione, nonchè il ruolo
essenziale delle politiche attive rivolte in particolare ai giovani, alle donne
e agli over 50 e il problema degli ammortizzatori sociali.

L’intervento di Cesare Damiano ha ripreso la questione divenuta scottante, dopo le ultime misure governative, delle pensioni e il problema del finanziamento degli ammortizzatori sociali, ricordando anche le proposte relative alle questioni sollevate a seguito
dell’introduzione dell’art. 18 sul tema dei licenziamenti e, riguardo alla
questione della rappresentanza, l’art. 19.

Il Sen. Nerozzi, oltre a sostenere la necessità di adozione di un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, ha dato particolare rilievo all’importanza di un accordo tra le Organizzazioni sindacali e il Governo, questione fondamentale e delicata, ma di
cruciale importanza a cui il Partito Democratico deve necessariamente
contribuire e sostenere, tema poi ripreso da diversi successivi interventi.

La discussione è stata caratterizzatacomplessivamente da una larga convergenza rispetto ai temi proposti e da una seria e decisa volontà di convergere su un progetto il più possibile condiviso che si esprima attraverso una posizione chiara ed univoca.

Questo è punto quanto mai necessario nell’attuale difficile e complicata fase, le cui previsioni ci offrono scenari ancor più drammatici di quelli esistenti se si considerino le scadenze degli ammortizzatori in deroga che le Regioni hanno difficoltà a rifinanziare. Si
parla infatti di un’ulteriore perdita di 100.000 posti di lavoro quest’ anno.

Ritengo che, in queste settimane cruciali in cui si decide quale orientamento dare al
MdL, non si possa prescindere dal fatto che una reale e strutturata riforma del
lavoro debba necessariamente  affrontare tale questione a 360° e non partire solo e sempre dall’art. 18; ho l’impressione che tutte le volte che questo “dogma” viene tirato fuori, non si
voglia in realtà affrontare nulla e si punti solo a mantenere lo status quo.
L’art. 18, oltre ad applicarsi ad una fascia ristrettissima di lavoratori, può
essere aggirato attraverso diverse misure alternative e volte ad ottenere lo
stesso risultato, inoltre non costituisce alcun limite o freno (e sarebbe
scandaloso se lo si pensasse) alla capacità competitiva di una azienda che deve
puntare a ben altro per migliorare la propria efficacia sui mercati.

Sicuramente, finora, il cercare di mutuare soluzioni di altri Paesi e il ricorso all’inflazionato termine  della “flexsecurity” è stato molto più rivolto verso la “flex” che alla “security”; nell’affrontare, quindi, la riforma del MdL e la discussione sulla sorte di
oltre 4 milioni di lavoratori a termine e a collaborazione o partita iva
individuale con scarse tutele sul lavoro e con scarse o nulle tutele sociali in
caso di perdita del posto, occorre partire dalla crescita economica e ricostruire un equilibrio accettabile tra lavoro e capitale riprendendo il controllo sociale dell’offerta di lavoro agendo in primo luogo sui costi (rendendo meno conveniente il ricorso al lavoro
flessibile) e poi su una riforma sia degli ammortizzatori sociali estendendoli
a tutti, sia dei sistemi di ingresso al lavoro affinchè venga coniugata
convenienza economica per le imprese, con la flessibilità iniziale e la
successiva stabilizzazione dei rapporti di lavoro; puntare, infine, a una
riduzione e semplificazione delle 47 forme contrattuali e, finalmente, prendere
in considerazione misure volte a una maggiore democrazia economica (art. 46
della Costituzione).

L’aspetto fondamentale non può essere che, quindi, rivolto alla crescita economica e a
tutte le misure macroeconomiche per uscire dalla recessione, poiché senza di
essa qualsiasi riforma non potrebbe che determinare solo una redistribuzione del
lavoro tra classi di lavoratori senza alcun saldo positivo. Il procedere,
infatti, solo sul versante dell’ingresso nel MdL ha prodotto,
oltre all’incertezza permanente e all’assenza di tutele e diritti per milioni
di lavoratori, anche la perdita di vigore della nostra competizione economica
sul piano qualitativo e su quello dell’innovazione.

Le proposte di legge attualmente in discussione sono diverse e vanno da quella degli economisti Boeri e Garibaldi a quella del Senatore Ichino, per giungere a quella dei nostri Parlamentari del coordinamento PD contro la precarietà e, infine, a quella del Senatore
Nerozzi.

Nessuna disegno di legge alternativo su questo tema è stata presentato per il momento dal centro destra e dalle altre opposizioni. Negli incontri che si stanno susseguendo, andrebbero, quindi, formulate soluzioni che non mettano in concorrenza i diritti acquisiti
dei padri (che tra l’altro vuol dire facilitare la possibilità di licenziamento dei lavoratori stabili delle grandi aziende che sono meno del 10% del totale delle imprese) con le
migliori condizioni economiche dei figli. Un Contratto Unico e/o «graduale»
gradito dal Ministro Fornero e tanto caro al premio Nobel Franco Modigliani, sono
i modelli in discussione ora con le parti sociali, modelli che secondo il Ministro
sarebbero capaci di meglio garantire con flessibilità in entrata e in uscita la
massima partecipazione di giovani, donne e over-55, i soggetti con il più basso
tasso di occupazione e la più elevata inattività.

Per quanto concerne il ricorso a qualsiasi forma di salario minimo deve essere
sottolineato che per legge non potrà che essere inferiore al più basso dei
contratti nazionali di lavoro, pena la crisi d’interi settori merceologici
inoltre, va chiarito che mediamente il salario minimo legale è più basso di un
terzo rispetto al salario medio se si guarda ai Paesi dove questo provvedimento
è stato adottato. Infine il salario minimo legale inserito anche nei settori
oggetto di contrattazione collettiva consentirebbe alle imprese di non
applicare i CCNL senza vedersi estendere dal giudice il trattamento della
contrattazione collettiva perché si applicherebbe il salario minimo.

Per concludere, il contenuto formativo di questi modelli dovrà essere un punto
centrale sia per rendere più competitive le imprese, sia per rendere più
occupabile il lavoratore in caso di perdita del lavoro.

Se l’utilizzo della flessibilità fatto dalle imprese italiane è una sostanziale
fuga dai costi del lavoro, non è con un livellamento al ribasso dei diritti per
le generazioni future che si potrà ricomporre il dualismo del mercato del
lavoro italiano e creare migliori condizioni competitive per le imprese e
contemporaneamente migliorare le tutele per tutto il mondo del lavoro.
Occorrerà un nuovo patto fra produttori positivo e virtuoso, che sia in grado
di dare risposte alla complessità dei problemi che abbiamo di fronte senza
scorciatoie e ciò non potrà che avvenire in un quadro di confronto tra il
Governo e le parti sociali che il PD dovrà sostenere. Un patto per il lavoro
che, quindi, dia vantaggi a tutti tenendo in equilibrio le esigenze di
flessibilità e di riduzione dei costi delle imprese con la necessità di
prospettive professionali, stabilità e sicurezza sociale dei lavoratori.

In questo senso, tutte le risorse e gli sforzi del Partito Democratico dovranno essere necessariamente incanalate verso questa direzione e affrontare tempestivamente ogni questione con la
determinazione e la consapevolezza dell’estrema gravità e urgenza del problema.

Sul livello regionale, nei prossimi giorni verrà formalizzata, dopo gli scorsi appuntamenti di giugno e novembre, la costituzione di un Forum permanente sul Lavoro con l’obiettivo di lavorare sull’elaborazione di proposte a sostegno dell’occupazione e della crescita sia nel panorama del lavoro dipendente sia in quello autonomo e professionale.

Francesco Mancini

Responsabile Lavoro Partito Democratico d’Abruzzo

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